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Brasilieta

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Operazione Lieta ora è un film trent’anni di bene per il Brasile

06.01.2017

Operazione Lieta ora è un film 
trent’anni di bene per il Brasile

 
Lieta Valotti durante l’anteprima  del film a  Borgo Trento insieme al regista  Roberto Orazi
Lieta Valotti durante l’anteprima del film a Borgo Trento insieme al regista Roberto Orazi

 

Il vento che spira è quello brasiliano, caldo e avvolgente. Così come le strade, lunghe e polverose, su cui si muovono le storie di Gustavo, Gerlania e Jonathan. Simboli di tre diverse età della vita: infanzia, adolescenza, maturità. Passaggi non sempre scontati nella cornice di Pacotì, cuore pulsante di un Brasile mai così carico di contraddizioni: la crescita economica e la violenza, i sogni nel cassetto e quelli spezzati, il confine sottile tra un'esistenza dignitosa e una persa nella criminalità. Loro però ce l'hanno fatta, grazie all'aiuto di Operazione Lieta, onlus che dal 1983 sostiene le iniziative messe in atto nel nord-est del Paese, a Fortaleza e nella periferia della città.

Un cuore pulsante che trae il proprio nome da Lieta Valotti, giovane bresciana che nel 1979 accolse l'invito rivoltole dal Padre missionario Luigi Rebuffini e che è diventata donna dedicandosi agli altri, senza perdere lo spirito fanciullesco.

Le sue attività umanitarie nella nazione carioca sono diventate un film, diretto dal regista romano Roberto Orazi e presentato ieri nel Cinema Teatro Borgo Trento, in città: «Quero ser criança». Tradotto: «Voglio essere bambino». Un cortometraggio di 27 minuti, girato nell'arco di due settimane che, più di tante parole, serve a tratteggiare spigolature e bellezze di una terra unica. Lo racconta la stessa Lieta, commossa, al termine della proiezione: «Wow... sono situazioni che si vivono tutti i giorni, ma che riescono lo stesso a emozionare. Purtroppo viviamo in un mondo difficile e non tutti i bambini hanno la fortuna di trovare qualcuno che li aiuta. Ma questi protagonisti si sono salvati: Gerlania sta facendo l'università e Jonathan delle esperienze come educatore. Sono felice della riuscita del documentario: non volevo una cosa troppo sdolcinata, ma che privilegiasse la realtà. E la realtà in Brasile è questa, chi viene deve saperlo».

UNO SGUARDO, quello registico, che risente del lato personale. Lo racconta lo stesso Roberto Orazi: «Mia moglie e la mia famiglia sono brasiliane, e questo ha inevitabilmente influenzato il modo di raccontare queste storie». Percorsi differenti per dati anagrafici e risvolti personali: «In Brasile c'è una potenzialità umana straordinaria, ma che fa fatica a esprimersi. Tutto è nato nel 2014: ero già stato a Recife per girare un docu-film, dopo il quale sono stato invitato a una proiezione. Qui ho conosciuto Operazione Lieta e, in seguito, è maturata l'idea di Quero ser criança, che è una testimonianza, ma anche un modo per sensibilizzare ulteriormente le persone». Risultato pienamente raggiunto, nonostante le difficoltà: «Sono arrivato a Fortaleza con delle notizie poco incoraggianti e che mi avevano un po' spaventato – ammette il regista – poi il primo giorno camminavo per Pacotì e ho visto Gustavo, il protagonista più giovane: se ne stava su un sasso, da solo, cantando a squarciagola. Ho scoperto solo dopo che quella era quella che loro chiamano la “Petra de Saudade”, un luogo preposto al ricordo, molto gettonato. Mi sono avvicinato con la mia videocamera e c'è stato subito feeling: da lì sono partito e tutto è diventato più semplice».

Il prossimo appuntamento è per domenica alle 15, all'Istituto Piamarta di via Cremona (informazioni su www.lieta.it). Poi il corto potrebbe girare in qualche festival, senza precludere la possibilità di un seguito: «È un lavoro con delle potenzialità – chiude Orazi – la mia idea è di tornare a raccontare storie che seguano la crescita dei ragazzi attraverso questo programma». Perché il richiamo del Brasile, in fondo, continua a restare irresistibile. Nonostante tutto.

 

Jacopo Manessi

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